“Le Lonely Planet sono utilissime per pianificare. Soprattutto per capire dove non andare” mi disse un caro amico, esperto viaggiatore.
Direi che la sa lunga. Sfogliando una guida o curiosando su internet per capire cosa aspettarci da un luogo, facciamo molta attenzione a ciò che è presente, e trascuriamo invece ciò che non c’è; il che, a volte, è altrettanto importante: a fronte di una località scelta e descritta, ce ne sono alcune, forse molte, che sono state escluse dopo un attento esame.
Questo vale anche per il sopralluogo fotografico, una parte rilevante della pre-produzione di un evento. Può essere un sopralluogo reale o virtuale, ma il principio è lo stesso.
Il ruolo del sopralluogo è decisamente importante; però non per le ragioni più ovvie.
per studiare una traccia a fondo e farmi un’idea quanto più precisa di cosa mi aspetta, uso un mix di strumenti:
Un highlight alla volta, costruisco una mappa con tutti gli spot che, per una ragione o per l’altra, sono rilevanti. E’ una preparazione lunga e laboriosa, ma quasi sempre dà i suoi frutti.
Come quelli della lonely planet secondo il mio amico Edi, le informazioni ottenute con questa ricerca sono più utili per quello che non mostrano. Mi spiego.
L'amico in questione è Edi, ideatore di The Sharing Van
In effetti il sopralluogo ha un ruolo positivo piuttosto evidente, cioè identificare possibili luoghi interessanti per scattare foto altrettanto interessanti. Paesaggi maestosi, strade in cresta, passaggi tra i boschi o edifici storici, zone industriali e via dicendo. Infinite possibilità che prendono corpo piano piano.
Se però fosse solamente per questo, setacciare internet per ore alla ricerca di spot sarebbe un lavoro immenso per un risultato tutto sommato minuscolo.
Primo, perché quando la traccia passa su una diga maestosa o in mezzo a un bosco di sequoie, non ho bisogno di un sopralluogo per capire che quel luogo è potenzialmente utile per scattare.
Secondo, perché i luoghi identificati in questo modo definiscono un dato molto importante (interessante/non interessante), ma che va inserito in un quadro più complesso. Bisogna poi integrare quest’informazione con tutte le altre variabili del caso: la luce, il meteo, la stagione, l’epoca a cui risale la scansione di google e, ovviamente, la domanda principale: ci sarà qualche partecipante quando saremo in zona?
Incrociando tutti questi parametri, solo una minima parte degli highlight sarà utile al momento opportuno. Delle decine o centinaia di highlight, il 90% di quei puntini resta esattamente questo: un semplice puntino su Google Earth, che potrebbe forse servire in chissà quale lavoro futuro.
Se questo lavoro non è uno spreco di tempo e di fatica, è perché il suo vero senso è negativo. Percorrere quelle strade e quei sentieri, seppur virtualmente, permette di familiarizzare con tutto il paesaggio. Sappiamo cosa aspettarci. E quindi, in un certo senso, quando arriviamo veramente in quel luogo, non siamo distratto dalla bellezza del luogo.
Non siamo rapiti dalla bellezza del contesto, e magari ci annoiamo persino. Il che è bene, per le foto.
Può sembrare controintuitivo, quindi per fare chiarezza chiediamo un aiutino a Platone.
Nel dialogo Fedone, Socrate racconta di aver seguito gli insegnamenti di Anassagora, da cui aveva imparato la struttura della natura. Ascoltava il maestro e assorbiva le sue parole con meraviglia, incantato dalla sua saggezza:
Quando ero giovane, fui preso da uno straordinario interesse per quella scienza che chiamano ricerca sulla natura; [...] Una volta, udii un tale che leggeva un libro che era, diceva, di Anassagora; e che affermava che c’è un’intelligenza (nous) che tutto ordina e di tutto è causa, io mi rallegrai per questa causa; [...] io mi rallegravo pensando di avere trovato per me in Anassagora un maestro della realtà secondo l’intelligenza e che mi avrebbe rivelato, in primo luogo, se la terra è piatta o è rotonda e, quando me l’avesse rivelato, pensavo che mi avrebbe fatto comprendere la causa e la necessità di questo, dicendomi il meglio e che il meglio per essa è essere così com’è. E se mi avesse illustrato tutto questo, io ero pronto a non desiderare più altra specie di causa.
Platone, Fedone
Il giovane Socrate è affascinato, e passivamente assorbe tutta la saggezza di Anassagora;
Poi però si accosta a un libro e si accorge che le parole di Anassagora non corrispondono al vero. Inizia a studiare da solo attingendo ad altri testi, con metodo, con fatica, con pazienza. La conoscenza acquisita in questo modo è molto più lenta e infinitamente meno entusiasmante; ma anche molto più profonda e perciò soddisfacente.
Questa è la famosa storia della “seconda navigazione”: nell’antica Grecia, la prima navigazione è quella che si fa portati dal vento, senza troppa fatica, quasi passivamente. La seconda navigazione invece è quella che richiede la forza delle braccia; quando c’è bonaccia, si mette mano ai remi. Una marcia faticosa e molto più attiva, e per questo più “sentita”.
Fuor di metafora: quando siamo in un posto sconosciuto, ci lasciamo meravigliare da ogni cosa, cioè siamo spettatori passivi. Ogni volta che usciamo dal contesto quotidiano, anche le fermate del bus, persino i prati ci sembrano più belli dei nostri. E’ il fascino dell’esotico.
Lo stesso quando fotografiamo, e lo spiega benissimo Valerio Bispuri, che parla esplicitamente di noia:
C'è una frase che ripeto sempre ai miei allievi” racconta Bispuri : “Iniziate a fotografare quando vi state annoiando. è chiaro che è un paradosso, un'esagerazione, ma non totalmente, perché quando si arriva a un punto di saturazione la mente attua una specie di difesa e la visione del luogo e dei personaggi della storia prende altre forme. Si notano particolari che prima non erano stati notati, espressioni del volto che all'improvviso si trasformano. Non è magia, ma solo un'attenzione diversa alla realtà. Tutto quello che è nuovo desta interesse, libera l'adrenalina, incuriosisce; nello stesso tempo però rimane alla superficie della conoscenza e, nello scatto, all'estetica del momento. Nei viaggi fotografici questo aspetto si moltiplica: basta che ci spostiamo dal posto in cui viviamo per diventare delle macchine dello scatto. Qualsiasi cosa sembra interessante, anche delle persone che aspettano la fermata dell'autobus, o una vecchina che fa la spesa, o il paesaggio.
Valerio Bispuri, Raccontare con gli occhi, Ponte Alle Grazie, 2024 Valerio Bispuri




Viviamo questo meccanismo molto spesso, spesso senza farci caso. Quando guardiamo un bel film, la prima volta siamo rapiti dalla storia e dal dramma; dalla seconda in poi notiamo le scelte di regia, le scene secondarie, le chicche. Perché non siamo più “distratti” dalla scoperta della storia.
Anche Vittoria l’ha vissuto nel suo doppio record dell’Ora su pista.
Il primo, mi raccontava, è stato molto istintivo nella preparazione e nell’atteggiamento mentale per affrontarlo. L’entusiasmo per la nuova avventura cancellava la fatica e riduceva l’impatto dei sacrifici personali e logistici. Vittoria era trascinata dalla novità, così come Socrate era trascinato dalla belle parole di Anassagora.
Il secondo record, invece – quello che ho seguito io a cavallo tra il 2022 e il 2023, e che ho raccontato su Alvento insieme a Stefano Zago -, lo raccontava come molto più faticoso: gli allenamenti, le trasferte, le visite mediche. Tutto molto più difficile da mandare giù, perché già conosceva tutto l’iter fino in fondo; tolto l’entusiasmo, affiorava solo la parte faticosa.
D’altra parte, diceva, l’ha vissuto anche in modo molto più consapevole, portando avanti la ricerca aerodinamica e anche la ricerca sul suo stesso fisico e sull’alimentazione. Anche il rapporto con il team era diverso, più complesso, più profondo. Una maturità diversa, non dovuta all’età ma al fatto che era una strada già percorsa.
Tornando a noi, il sopralluogo prima di uno shooting è praticamente la prima navigazione. Toglie lo strato superficiale di meraviglia da cui siamo rapiti, inevitabilmente, di fronte a qualcosa di nuovo; ci anticipa la prima navigazione, permettendoci di andare più in profondità anche se è la prima volta che siamo fisicamente lì. Bypassa la prima impressione. Non rischiamo più di essere abbagliati o spaesati dalla bellezza formale del luogo; il che è molto utile in un evento ciclistico, in cui tutto va di fretta e ci sono pochi minuti (o una manciata di secondi) per studiare una scena prima che arrivi la bici.
Da un lato, sicuramente, una pianificazione certosina può in qualche modo rovinare il fascino del momento e del luogo, come nota il mio amico e collega Luigi; d’altra parte, aggiunge, ci permette di realizzare scatti più complessi, più soddisfacenti, quelli da “brivido nella schiena” per aver realizzato qualcosa di pensato e aspettato a lungo: quando una foto “ti bolle in testa”, e “devi far combaciare gli input con le esigenze del lavoro: diventi più una caffettiera col caffè in arrivo”. E questo mi fa pensare di nuovo alla distinzione tra foto belle e foto buone, oppure a quella – secondo me più fertile – tra foto immature e mature.
L’obiezione scontata – grazie di nuovo Luigi per lo spunto – è che scattare in viaggio non è come scattare per lavoro, ed è genuinamente bello essere rapiti da un luogo, quando ti senti “avvolto da input nuovi e il cuore aumenta di battiti per l’emozione di quello che stai scattando”. Innegabile.
La risposta altrettanto scontata è che sì, questo lungo processo vale per i lavori fotografici, mentre se scattiamo in libertà, nessuno ce lo impone; ma può valer la pena provare, se non altro per vedere cosa succede.
Grazie al lavoro preparatorio, possiamo cogliere in anticipo la peculiarità di quel luogo; avendola già assorbita, possiamo metterla in relazione con i partecipanti che passano lì in quel momento, guadagnando tempo prezioso.
La meraviglia passiva e superficiale lascia il posto a una ricerca più sottile e più significativa. Niente foto belle, sostituite da foto buone, o magari da foto mature, secondo la logica di Galen Rowell.
In fin dei conti, il sopralluogo prima dello shooting è importante per quello che ci mostra, ma è molto più utile per ciò che ci permette di eliminare.