Scattare nella neve, work the scene e il McDonalds della fotografia sportiva

Ogni lavoro è buono per imparare

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Affettuosamente lo chiamiamo “il McDonalds della fotografia”. Sportograf è un’agenzia media che si occupa di grandi eventi, vendendo pacchetti di foto ai partecipanti. Non è l’unica, ma è probabilmente la più grande al mondo. Ogni weekend, decine di team si sparpagliano in giro per coprire maratone, Spartan race, Ironman, Hyrox, UTMB e tanti altri eventi sportivi.

Scattare per Sportograf (e per le agenzie simili, ognuna delle quali ha un workflow diverso anche se la logica è la stessa) non è un lavoro particolarmente creativo, come suggerisce l’appellativo affettuoso. Non è cucina da stelle Michelin: ogni membro della squadra fotografa un momento saliente della gara, se possibile tutti i partecipanti. Bisogna stare molto tempo in una postazione, talvolta un paio al giorno, e fotografare secondo criteri che di solito sono definiti a monte (tele/grandangolo, orizzontale/verticale). Si scatta rigorosamente in Jpeg, la postproduzione è fatta in modo automatico prima della pubblicazione delle foto.

Può sembrare noioso, e spesso lo è. È un lavoro di resistenza, perché dopo 8h bisogna fare le stesse foto che si fanno nella prima ora; e spesso si dorme un po’ meno del necessario. Altrettante volte però è interessante. Primo per la compagnia, dato che di solito la squadra è affiatata, e questo rende tutto più facile. Secondo perché alcune situazioni permettono di affinare le capacità fotografiche. Sempre per quel discorso che i vincoli possono aiutarci, anche qui le costrizioni ci forzano a ingegnarci in un campo ristretto di possibilità.

Nel caso specifico, la Spartan di Valmorel è una gara che ha alcune caratteristiche precise: organizzata su due giorni, è una Spartan invernale a circa 1.300m di quota, quindi fa freddo e bisogna essere pronti a stare diverse ore all’aperto. L’anno scorso c’era -7 °C, e non è stato bello; quest’anno invece faceva più caldo (intorno allo zero), ma la domenica c’è stata una nevicata decisamente intensa, terminata giusto quando gli ultimi runner sono arrivati al traguardo.

Ma andiamo con ordine.

Improving composition from a fixed spot: training and mistakes

Sabato: work the scene

Il sabato la mia postazione era l’Atlas Carry, una prova in cui bisogna sollevare una palla di pietra pesantissima e fare un’andata-ritorno di circa 20 metri, girando intorno a un paletto. Il gesto atletico in sé è variamente fotogenico a seconda di come si solleva e si porta la palla: se è sulle spalle, evoca decisamente Atlante, con una certa solennità. Se invece la palla è trascinata a fatica sulle ginocchia, o piega la schiena con il suo peso, l’immagine non è particolarmente accattivante.

Comunque l’obiettivo è fotografare tutte e tutti, indipendentemente da quanto il loro gesto sia visivamente efficace. E quindi via di teleobiettivo, con inquadrature chiuse e mezzibusti. Anche perché – e qui è la sfida – il contesto non è un granché: in ombra per alcune ore, siamo in uno spiazzo di una ventina di metri; su due lati ci sono palazzine di appartamenti, divise da una via di fuga da cui compaiono macchine parcheggiate e bidoni della spazzatura. Dal lato opposto il pendio da cui scendono i partecipanti, con alcuni pini a nascondere le vette innevate.

Alcuni ritratti sono più carini di altri, complice una luce fortunata o un gesto espressivo.

La situazione, bloccati lì dalle 9.30 alle 15.30 circa, è perfetta per fare di necessità virtù e studiare a fondo la scena per fare qualche foto di colore un po’ diversa.

A tratti provo a giocare con le interazioni tra diverse persone: gruppi di partecipanti, volontari, arbitri e i pochi spettatori in zona. In alcune occasioni semplicemente forme e contrasti tra silhouette. Nulla di eccezionale, ma qualche scatto che racconta qualcosa al di là del puro gesto.

Più che altro, però, mi dedico a una delle mie sfide preferite, cioè incasellare. Senza grande successo, ma quello che conta è fare pratica in questo contesto in cui comunque bisogna prima di tutto portare a casa i ritratti, e tutto quello che viene extra è grasso che cola.

Le finestre dei palazzi intorno riflettono lo spiazzo e quindi le sagome dei partecipanti, ma lasciano vedere anche qualcosa dell’interno. In particolare nell’appartamento di fronte c’è una coppia (lui gareggia il giorno dopo, e insieme osservano divertiti), e quindi in vari momenti provo a giocare con i diversi livelli. 

NB: tutte le foto dell’articolo sono i Jpeg con un preset di LR; non sono ritagliati né raddrizzati. 

Purtroppo i vetri sono abbastanza deformati, e così le sagome – quelle poche volte che sono nella posizione corretta – sono spesso distorte e confuse.

Nei momenti morti ci riprovo sistematicamente, ma purtroppo non viene mai fuori quell’allineamento magico tra vari livelli, che avrebbe creato una scena visivamente interessante. Peccato. Alla fine, la foto che mi convince di più è quella più minimal di tutte, con un riflesso semplice nella finestra. Capirai che roba. 

Domenica: scattare nella neve

Sono in un’altra postazione, l’A-frame: struttura a piramide alta circa 5m , che i concorrenti devono scalare in salita e in discesa. Siamo alla fine del percorso, manca un km e una manciata di ostacoli. E siamo più vicini al paese.

Però qui il contesto ha un elemento dominante: nevica pesantemente.

La prima preoccupazione è la tropicalizzazione: il team è in fermento, io sono piuttosto rilassato: un collega gentilmente mi presta un sacchettino con cui avvolgo la EM1 con 12-40 2.8: la devo lasciare fissa sul treppiede nei pressi del traguardo, attivata da una fotocellula al passaggio dei concorrenti. Dato che la abbandono, preferisco proteggerla un po’.

Invece io vado al mio spot con OM1II e 40-150 2.8, senza preoccuparmi di proteggere niente: è tutto già abbastanza protetto così.

Settaggi di base

Scattare nella neve necessita di qualche piccolo accorgimento, in questo caso applicato ai Jpeg:

  • la macchina vede tutto bianco e tende a sottoesporre, perciò quasi sempre conviene compensare con un pizzico di sovraimpressione;
  • In questo specifico evento, i partecipanti sono vestiti prevalentemente di nero, perciò ho alzato leggermente le ombre nella curva;
  • infine (soprattutto il sabato, quando il cielo era parzialmente libero) ho tirato un po’ giù le luci, per evitare di avere il cielo completamente bruciato (rischio ancora più alto con la compensazione dell’esposizione.
  • In pratica, la curva è diventata una specie di S al contrario.

Autofocus e soluzioni creative

Prese queste precauzioni comincio a fare qualche scatto di prova, e succede l’inevitabile: l’autofocus sbarella, ingannato dai grossi fiocchi di neve. Il riconoscimento facciale fa il possibile, ma individuare le sagome attraverso quella coltre fitta è difficile. Non è un problema mio: la chat del team si riempie di “ehi raga, qui AF fa cilecca 1 volta su 2”, e “ci saranno un po’ di complaint per mis-focused su questo lavoro” . il problema riguarda tutti i brand, a quanto pare.

Ognuno elabora soluzioni diverse in base all’equipaggiamento e al contesto. Chi usa il 24-70 o i suoi equivalenti ha meno difficoltà, semplicemete perché c’è meno neve tra la lente e il soggetto. I problemi seri ce li abbiamo nelle postazioni in cui serve il 70-200 (o nel mio caso il 40-150).

Fuoco manuale? Impossibile in un contesto così dinamico.

Riconoscimento facciale on/off? Aiuta, ma non risolve.

Cambiare l’area di MAF? Boh, non si capisce se cambia qualcosa.

Insomma, all’inizio viene fuori un bel mix di foto in vario modo sfocate. 

Ma il bisogno aguzza l’ingegno, e mi ricordo di una delle funzioni ultra-secondarie della Om1, cioè il limitatore AF. L’ho usato una sola volta prima d’ora, ma qui potrebbe essere la soluzione: dato che sono sempre a una certa distanza dai partecipanti, metto un minimo a 2m, poi lo aumento a 3: così almeno mi tolgo il primo strato di fiocchi, riducendo la possibilità di errore.

Non è la rivoluzione, ma la percentuale di foto buone sale dal 10% al 50%, forse qualcosa di più. Un risultato tutto sommato accettabile: è un ostacolo lento, quindi c’è tempo per scattare quasi tutti in diversi momenti della sfida.

Non so se questo limitatore digitale sia efficace allo stesso modo di quelli fisici che contraddistinguono i tele di alta gamma; sicuramente il vantaggio di questo è che, essendo in macchina, è più versatile.

In una situazione così specifica e così difficile, ecco che torna utile una delle funzioni più remote della macchina: questo mi ricorda che, per quanto siano secondarie e opzionali, ogni tanto le funzioni avanzate di una macchina tornano utili, anzi essenziali. Per il 99% del tempo sono inutili complicazioni, e ci fanno sperare solo che le tolgano nel modello successivo; nel restante 1% però ci permettono di salvare il lavoro.  

La funzione quasi mai usata finora, che si rivela decisiva nella nevicata. Prima provo con 2m minimo, poi alzo a 3m e infine 4m.

Uno spot, due scatti: l'importanza della personalizzazione

Questo spot qua è stato utile anche per confermare – non che ce ne sia bisogno – quanto sia importante customizzare la macchina per farla lavorare come vogliamo noi. Oltre alle foto basic sull’ostacolo, quando avevo tempo scattavo anche dei ritratti quando i partecipanti riprendevano la corsa, scendendo verso l’ostacolo successivo. La piramide da scalare era davanti a me sulla sinistra, e il percorso passava di lato sempre a sinistra, con una fattoria in legno come sfondo. Non male, soprattutto in panning.

E così passavo il tempo a cambiare tra modalità M (con iso automatici) e C1, il mio primo setting per il panning. Ma dato che è una cosa che faccio di frequente anche per le bici, ho assegnato la modalità C1 al pulsante AFON, vicino alla levetta AFL/AEL.

Il lato negativo, che è piuttosto fastidioso, è che ogni tanto attivo la modalità panning senza volerlo, e devo ricordarmi che c’è quel maledetto pulsantino.

Il lato positivo, che vale tutto il peso del fastidio, è che posso cambiare da M a C1 con una mano, perché il pulsante bypassa la ghiera superiore. Schiacciando di nuovo si torna a M. 

Questo non risolve il problema della messa a fuoco, perché i fiocchi sono sempre più ingombranti; però risolve il problema del cambio rapido di modalità, permettendomi di fare due scatti molto diversi da un singolo spot. Prima fotografo gli atleti su e giù dall’A-frame, poi cambio e scatto mentre passano di fianco a me.