Foto mature e immature? Una riflessione oltre la foto buona/bella.

Una delle massime più famose in fotografia è la distinzione tra le foto buone e le foto belle, un’idea di Gianni Berengo Gardin. Ma che significa esattamente? È una dicotomia molto semplice, e viene il dubbio che sia anche un po’ semplicistica. Personalmente, non mi soddisfa: trovo che in molti casi le fotografie non rientrino in questo schema. Quindi ho provato ad approfondire, trovando spunti inaspettati nel fotografo paesaggista Galen Rowell, che distingue tra foto mature e immature.

Gianni Berengo Gardin / Galen Rowell

1. Foto buona/foto bella: la distinzione classica di Gianni Berengo Gardin

Lo stesso GBG racconta l’origine di questo dualismo molto semplice:

Un giorno andai a casa [di Ugo Mulas], ero agli inizi della mia carriera, volevo conoscerlo. Mi mostrò le sue foto e continuavo a dire "bella questa, bellissima..." Lui a un certo momento mi disse "se dici ancora che la mia fotografia è bella mi offendi e ti caccio di casa". Io imbarazzatissimo replicai "e che cosa devo dire? Buona?" "Ecco, buona è diverso da bella..." Da allora ho cercato sempre di fare buone fotografie, ma per vivere ho dovuto fare anche belle fotografie.

Colpo di scena: una foto bella non è buona; anzi, meglio se evitiamo, grazie. WTF?

La spiegazione in realtà è semplice. La foto bella è quella che colpisce, una foto d’impatto: un tramonto dorato, una vetta epica sono foto belle, ci catturano; ma non ci emozionano più di tanto, e quasi mai ci fanno riflettere. Ergo, secondo il non-proprio-clemente GBG, non hanno valore, quindi si possono buttare senza rimpianti. Bello è nettamente dispregiativo: “Ho dovuto fare anche belle fotografie per vivere”.

Come dice in un’altra intervista,

“Bella è una foto esteticamente piacevole, ma c’è solo estetica; buona è una foto magari non ben composta, tecnicamente non perfetta che però ha un contenuto, che ti racconta qualcosa”. In effetti, Gardin è famoso per le sue foto che raccontano storie.

Per come l’ho capita, la sua è una riproposizione della dicotomia forma/contenuto. Se c’è solo forma, meglio che la foto sia tecnicamente perfetta, ma comunque non può significare più di tanto; se c’è contenuto, allora la foto può anche permettersi qualche sbavatura, perché comunque ha un messaggio e colpisce emotivamente. Fin qui, tutto ok. E infatti la formula ha fatto scuola fino a diventare una specie di canone.

Le foto di The Sweet Flypaper of Life non sono affatto eclatanti,
eppure sono delle gemme di narrazione

2. due mie foto buone, secondo me

Nella mia esperienza sono incappato, vuoi per fortuna vuoi per insistenza, in alcune foto buone secondo questo schema. Le ho cercate spesso, e qualche volta le ho trovate. Un paio di esempi, così ci capiamo.

a.       Road2Record, Mark Gunter photo award 2022

La prima è stata giudicata buona da due giudici (su 5) del Mark Gunther Photo Award un paio di anni fa, e quindi è arrivata nella shortlist. Nota a margine, è stata selezionata dai due giudici donna (non una coincidenza, credo), Susanna Browns e Veronique Rolland.

Vittoria Bussi 2022. analisi di una foto che credo "buona"

Non è sicuramente una foto che colpisce a prima vista, non c’è niente di eclatante. Ma mettendomi nei panni delle giudici, credo che racconti una storia: c’è il soggetto, Vittoria Bussi che pedala, ed è chiaro; non è proprio dominante rispetto al contesto, anzi; c’è una relazione diretta con il poster sul muro a destra, che è in primo piano ma lievemente sfocato; la relazione è sottolineata anche dalla postura vagamente simile; e poi intorno c’è tutto un mondo, che era il mondo di Vittoria durante la preparazione al record: un mondo caotico, così come è la foto: quadri, foto appese, oggetti a caso – come quella cassetta per il gatto blu, che disturba l’occhio ma racconta qualcosa dei gatti, che sono una parte importante della sua vita; la lavagna con gli appunti, metà routine di allenamento e metà dieta dei gatti.

Ma poi, e soprattutto, lo spazio risicato, la professionista che si allena in camera da letto spostando i mobili ogni volta per fare spazio ai rulli. Bottiglie, oggetti quotidiani, tutto quello che ognuno ha sul comodino: c’è proprio tutto. E questa in fondo è la ragione per cui ho scelto di mandare questa, e non altre molto più spettacolari, al concorso. I Velodromi sono belli, bellissimi, ma la storia qui era un’altra.

Certo, c’è una composizione, c’è una costruzione visiva dell’immagine, non è che l’ho fatta a casaccio; però non è sicuramente una foto d’impatto, va un pochino letta.


b. Dead ends & Dolci, Michal e gli gnocchi

dead ends & dolci 2024: una buona immagine, almeno secondo me

Anche questa penso sia una foto buona: ci sono riferimenti oggettivi, quindi si capisce che siamo in montagna, fa freddo ed è sera; c’è un’atmosfera allegra, confermata dalla ragazza che suona il banjo; ci sono i gettoni d’oro sul tavolo, che segnalano il checkpoint di un evento ciclistico, e c’è un gran casino che racconta la vita dei volontari: giochi di carte, cibo, bevande. C’è anche un soggetto chiaro, il ciclista di fretta, che timbra al punto di controllo. Insomma, probabilmente è un buon documento, un buon racconto, visivamente gradevole ma per niente impressionante.

3. problema: la documentazione è bella o buona?

Ecco: un criterio affidabile per capire se una foto è buona al di là delle imperfezioni tecniche è proprio la documentazione, cosa su cui GBG insiste molto: si identifica come “fotografo-fotografo”, diverso da “fotografo-artista” e “artista-fotografo”, e aggiunge

"Sono profondamente convinto che la fotografia abbia valore di documenti, magari anche di arte, ma prima di tutto deve essere documento [...] la fotografia deve essere registrazione della realtà".

Però a questo punto sorge una specie di paradosso. Se una fotografia ha un valore come documentazione, allora è molto probabilmente buona, o forse addirittura è automaticamente buona. Ma diamine, non può invece essere bella? Rigirando la frittata, se una fotografia è bella, allora significa automaticamente che non può avere un valore di documento storico? È davvero impossibile che una foto sia bella e anche buona, che ci conquisti al primo colpo d’occhio e che inoltre racconti una storia interessante?

Secondo la dicotomia di GBG, sembra impossibile. Ed è un problema, perché secondo me esistono foto che combinano forma e contenuto, estetica e narrazione, cartolina e registrazione della realtà. Qualche esempio a casaccio? E facciamolo, dai.

a.       Steve McCurry, Camels and Oil Fields 1991

Steve McCurry, oil fields, 1991. A powerful picture about a war and a natural disaster.

La prima che mi viene in mente, non so neanche perché, è lo scatto dei pozzi in fiamme di Steve McCurry. Visivamente impressionante e anche ricco di contenuto, racconta della guerra del Golfo e di un disastro naturale in modo molto efficace. Certo, forse in modo troppo chiaro, un po’ didascalico, ma di sicuro il contenuto c’è. Lo stesso si può dire di alcuni scatti di Paul Fusco, che sono sia immagini impressionanti sia documenti storici fondamentali. Ne abbiamo parlato qui.

b.      Elliot Erwitt, Wyoming 1954

Elliott Erwitt, Wyoming, 1945. A powerful and rich image about an historical change.

Un’altra che mi viene in mente è Wyoming, 1954, di Elliott Erwitt: mi ha sempre colpito questa foto; e racconta, in modo molto chiaro, il tramonto del treno soppiantato dall’automobile; e con esso il cambiamento del paesaggio: le praterie selvagge non sono più tagliate dalle ferrovie, ma da strade che si fanno sempre più asfaltate. È un cambiamento epocale e profondo, ma raccontato in modo estetico.

Il problema dovrebbe essere chiaro, ma possiamo moltiplicare gli esempi e spaziare in tanti ambiti diversi: “Lunch atop a Skyscraper”, la foto che abbiamo sicuramente visto appesa da qualche parte, colpisce parecchio, e infatti è entrata nell’immaginario comune. Eppure racconta una storia e testimonia un’epoca.

Allo stesso modo, molte foto di ciclismo sono sia belle sia buone: basti vedere la serie “rider’s lens” di bikepacking.com, oppure gli enormi volumi di Destinations, o anche le pubblicazioni estemporanee come Circa oppure It’s a race, e troveremo delle perle uniche. Lo stesso vale per le foto che hanno fatto la storia del ciclismo, quelle che vediamo sul volume collettivo Magnum Cycling oppure su Circus di Camille MacMillan.

Tutte queste foto sono belle, buone o entrambe?

4. Problema: una distinzione semplicistica?

Anche se molte foto di valore smentiscono questo schema un po’ troppo semplice, non è che lo dobbiamo scartare del tutto: almeno in parte, la regola di GBG è veritiera, e soprattutto utile. Non a caso, anche famosi fotografi di ciclismo la pensano così:

"Il ciclista in cima al passo, bla bla bla... andiamo a fotografare storie vere", scrive Camille MacMillan, fotografo veterano dei vari Giro e Tour.

Anche James Robertson dice la stessa identica cosa:

"Come fotografo e come spettatore, può essere invitante concentrarsi sui momenti epici, sui singoli ciclisti e sugli imponenti passi montani, semplificando il loro transitare nel paesaggio come una vittoria, dipingendoli come conquistatori impavidi. Ma spesso la storia non è questa".

Alcuni esempi, di nuovo

All’inizio del mio percorso le foto belle di ciclisti in montagna – diciamo quelle “ciclista piccolo/montagna grande/spazi aperti” mi sembravano potenti, proprio belle. L’individuo minuscolo al cospetto della natura infinita, il sublime kantiano. Wow, figata. Lo stesso mood delle uscite in barca, quando ti rendi conto di essere un puntino in un orizzonte senza fine. Che ci può essere di meglio?

  • Foto mature e immature: totalmente immatura, ma va bene così.
  • Un'immagine assolutamente immatura. C'è il contesto, ma manca la luce.
  • Valle notturna con neve e ciclisti: un'immagine immatura, ma comunque gradevole grazie alla luce.
  • Foto mature e immature: totalmente immatura, e non è sufficiente, dato che è un soggetto abbastanza conosciuto
  • Alvento destinations- Ticino
  • anche questa foto al Malamot è molto immatura. Luce piatta, banalità, ma pazienza, nella narrazione della giornata ha il suo ruolo
  • Foto mature e immature: questa decisamente immatura, anche se la luce è particolare

Invece ora questo tipo di foto mi sembra debole, molto cliché; soltanto belle. Ah, ma dai, un altro ciclista piccolo alla conquista della montagna grande, vabbè.

Non si tratta di rinnegare nulla; fa tutto parte del percorso di crescita, e continuo a scattare ancora questo tipo di foto, benché con uno spirito diverso. Inoltre, una ogni tanto è comunque valida, perché c’è una particolare coincidenza di linee, colori, luce; come ad esempio la foto fortunata che ha vinto il concorso di Alvento, in cui oltre al rapporto soggetto/sfondo c’era anche la città notturna sullo sfondo con la silhouette delle Alpi. Altre volte sono foto che servono nel quadro di una narrazione, o indispensabili per la comunicazione.

Immagino che tutti vivano la stessa evoluzione nei rispettivi ambiti della fotografia.

Tornando alla mia esperienza, giusto perché è quella più comoda che ho, mi vengono in mente alcune immagini di Road2Record che corrispondono a questa situazione di buono+bello, forma e contenuto. Alcune foto in velodromo sono a loro modo epiche, perché c’è una certa poesia nel ciclismo su pista, ma sono anche documenti importanti che raccontano di un primato mondiale, anzi di un secondo primato mondiale, a opera di un’atleta che ha messo su un progetto autofinanziato. C’è il contenuto e c’è anche la forma, quindi lo schema di GBG non ci aiuta, anzi, ci porta a un vicolo cieco.

5. Foto mature e immature: l’idea di Rowell

A proposito di foto epiche per davvero, prendiamo la primissima fotografia della vetta dell’Everest: ritrae Tenzing Norgay in piedi sulla vetta, in una posa plastica molto eroica, con la piccozza alta nel cielo.

foto buona e foto bella contemporaneamente? L'esempio di Rowell, che distingue tra foto mature e immature

E’ sicuramente un’immagine bella, nel senso dispregiativo che GBG attribuisce al termine; ma è anche un documento storico imprescindibile, perché testimonia la prima conquista della montagna più alta del mondo. Nel 1953, è un’immagine necessaria dal punto di vista storico. Quindi che si fa, bella o buona?


last picture of 1924 expedition

La prova ‘a contrario’ di quanto questa foto sia un documento storico rilevante è che un’altra macchina foto, mai trovata, potrebbe forse contenere la prova della prima ascesa sull’Everest nel 1924 di Mallory e Irvine. Dato che non è mai stata ritrovata, le speculazioni continuano, e la foto di Norgay resta la prima prova dell’ascesa fino in vetta.


A trarci d’impaccio c’è Galen Rowell, poco più giovane di Gardin. Il famoso fotografo alpinista (che sarebbe un “fotografo-sportivo”, secondo GBG) fa un’altra distinzione:

I soggetti "immaturi", o i soggetti normali fotografati per un pubblico immaturo, richiedono immagini audaci e dirette, del tipo che si trovano spesso nei libri scolastici. I soggetti "maturi" (o i soggetti normali fotografati per un pubblico maturo) richiedono immagini più sottili e originali, che suggeriscono la presenza di qualcosa senza dichiararlo in modo ovvio.

GBG direbbe che la foto di Norgay è molto semplice, al massimo è sicuramente bella, perché ha la sua estetica; eppure, nel 1953 è anche buona, perché racconta una storia importante. Grazie allo schema di Rowell, possiamo dire che è un’immagine immatura, ma dato che anche il soggetto è immaturo (sconosciuto a tutti), ha comunque un valore.

Il valore come relazione

Ecco il punto: con foto mature e immature, non parliamo solo dell’immagine, ma di un rapporto tra il soggetto della foto e il pubblico. Quella foto è buona soltanto in quel momento; se ne riproponiamo una uguale, adesso che l’Everest è trafficato più o meno come i Bagni Torino a Spotorno, non vale niente, è al massimo una cartolina. Per realizzare una foto buona di quel soggetto al giorno d’oggi, bisogna scavare più a fondo. Questo perché il soggetto – la conquista dell’Everest – non è più una novità, e da allora anche il nostro immaginario comune si è arricchito molto e pretende qualcosa di più.

In pratica, soggetti o pubblico immaturi richiedono immagini didascaliche, ostensive, magari emozionanti ma con un solo, semplice livello di lettura. Beccati il tramontone spaziale, tiè. La vedi, ammazza che colori e poi fine, non ti dice nient’altro.

Immagine bella ma non buona, secondo GBG. Invece, secondo Rowell, può anche essere buona, se serve a mostrare un bel tramonto a chi non ne ha mai visto uno. Già si fa interessante: il valore di un’immagine non è intrinseco, ma dipende dalla relazione tra il soggetto e il pubblico. Makes sense.

Foto mature e immature: esempi pratici

In effetti, riprendendo l’esempio di prima: quando ero neofita (immaturo) mi piacevano le foto epiche delle bici in montagna, mentre ora (lievemente meno immaturo) le stesse foto non mi soddisfano: voglio qualcosa di più narrativo oppure più creativo. E come evolve il mio gusto, allo stesso modo evolve quello del pubblico: dopo 3 immagini “ciclista in montagna” o “tramonto ai tropici”, o “uccello XYZ sul ramo”, anche basta grazie. Pretendiamo qualcosa in più – giustamente: un’azione specifica, una luce particolare, un qualche guizzo di creatività.

Rowell porta come esempio due foto scattate durante lo stesso trekking che hanno avuto un destino opposto: la prima, immatura, ha avuto un buon successo nell’immediato; la seconda, più discreta, meno urlata, è stata un successo a distanza di 30 anni, quando il pubblico, saturo di immagini-cartolina, era pronto per immagini più evocative e sottili.

Uno stesso trekking, due foto: una immatura e una matura.

Dice Rowell: “All’epoca ho venduto un’immagine di uno sherpa in piedi di fronte all’Everest per una pubblicità di un viaggio d’avventura. Man mano che l’escursionismo è diventato più noto, la foto ha smesso di essere selezionata per magazine e cataloghi. Al contrario, un’altra foto dalla stessa escursione (quella a destra) continua a essere pubblicata ancora oggi, perché è un’immagine di gran lunga più matura. Invece di mostrare un escursionista in montagna, suggerisce l’idea di un trekking mostrando uno yak, un picco dell’Himalaya e un pasto da campo sparso per terra”.

In questo caso, entrambe le foto sono “buone” per epoche diverse.

Conclusione: meno GBG, più GR

Tiriamo le somme. Ci sono foto mature e immature perché esistono soggetti immaturi e maturi, e allo stesso modo c’è un pubblico maturo e immaturo; dall’incrocio di questi parametri possiamo capire se una foto è soddisfacente o no. Questo è molto più di quanto possiamo fare con il semplice schema bello/buono. Ecco perché la distinzione di Rowell mi sembra molto più sensata e versatile.

  • Perché dipende dal rapporto soggetto/pubblico e non da una foto in sé.
  • Perché, di conseguenza, è una distinzione che varia nel tempo e nello spazio, per la stessa foto, per lo stesso soggetto o per lo stesso pubblico.
  • Perché permette anche l’esistenza di foto che sono contemporaneamente belle e buone.

Alla fine, se vogliamo crescere dal punto di vista fotografico, non credo che basti passare da foto belle a buone – tralasciamo per ora tutto l’aspetto progettuale e il valore di una foto all’interno di un insieme di foto, che è discorso enorme. Mi trovo meglio a usare, come leve per lavorare, le categorie di Rowell: a chi è destinata la foto che sto facendo? Che tipo di foto si aspetta il committente? Trovo che siano strumenti molto più validi per migliorare.


P.s. Ironia della sorte…

Confesso che le foto di Rowell non mi piacciono: ne apprezzo la maestria, senza dubbio, ma mi sembrano tutte troppo anni ’80. Ogni volta che le vedo penso a Tom Cruise che va incontro al tramonto in sella alla sua moto.

Forse è anche perché le foto naturalistiche mi lasciano sempre un po’ così, diciamo insoddisfatto. E metticelo un ciclista lì di fianco all’Annapurna, che ti costa…!


Fonti e spunti:

Per ragionare su questo tema “foto belle e buone”, foto mature e immature, ho usato una varietà di fonti. Riducendo all’osso, sono queste:

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